giovedì 29 dicembre 2011

Betlemme, rissa a colpi di scopa tra monaci e sacerdoti

Sacerdoti greci ortodossi e monaci armeni si sono scontrati nella basilica della Natività, a Betlemme. La rissa è scattata durante le pulizie: agli scontri hanno partecipato 100 religiosi, in lite per i confini sulle rispettive competenze nella chiesa. Per ristabilire l'ordine è dovuta intervenire la polizia Video

mercoledì 28 dicembre 2011

Bledar Vukaj: la morte del campione albanese alla Corte di Giustizia di Strasburgo

Questa è la storia di Bledar Vukaj , campione albanese di football americano trovato morto in circostanze misteriose.

Ecco la storia
La mattina del 25 marzo 2003, alle porte di Casalmaggiore (Cremona), un pescatore ha trovato il corpo senza vita di Bledar Vukaj, 22 anni, promessa della squadra di football americano dei Phanters. Lavorava a Parma, in un salumificio. Metà dello stipendio lo dava a casa, il resto gli serviva in parte per la squadra e in parte per aiutare una famiglia disagiata. L'allenatore dei Panthers lo ha descritto come l'anima della squadra, un ragazzo forte, equilibrato: "Il mio leone dal cuore di angelo".

Paolo Magri, il dirigente della società che gli aveva parlato il pomeriggio del 24 marzo, ha raccontato che il giovane aveva avuto un incidente d'auto nei pressi di Madregolo (frazione di Collecchio): "Aveva urtato un auto durante un sorpasso. Mi ha raccontato che è stato inseguito da questa macchina che si è fermata allo stop dell'incrocio della via Emilia. L'inseguitore è sceso, picchiando i pugni sul vetro. Lui si è spaventato. Allora si è allontanato e si è diretto verso la casa di sua nonna. Nella fuga è stato urtato da un'altra automobile. Dopo mi ha telefonato e mi ha detto: guarda che ho avuto questo incidente cosa posso fare? L'ho raggiunto. Siamo stati insieme per circa un'oretta a discutere del più e del meno. Era abbastanza impaurito. Ci siamo lasciati con la promessa che la sera ci saremmo rivisti in un pub". Ma durante la serata Vukaj non si è fatto vedere. Magri lo ha chiamato più volte sul cellulare fino a quando, intorno alle 22,30, dall'altro capo del telefono qualcuno avrebbe risposto solo con un respiro affannoso. Il cellulare di Bledar Vukaj è stato poi ritrovato, rotto, nel luogo dove giaceva il suo corpo.
Chi l'ha visto 19/1/2004



Anche se in un primo momento Magri, dopo essere stato ascoltato dagli inquirenti, avrebbe sentito parlare dell'ipotesi di omicidio, in seguito si è parlato prevalentemente di suicidio. Ma il padre di Bledar Vukaj non trova convincente questa ipotesi. Intanto il masso sul quale avrebbe battuto la testa Vukaj sarebbe stato rimosso.






L'ultimo ad averlo visto è stato Paolo Magri il general manager della squadra di football americano dove Bledar giocava. Il signor Magri intervistato dai giornalisti di " CHI L'HA VISTO " ha dato risposte confuse e diverse da quelle raccolte dagli inquirenti. Questa è una storia tragica dove lo stato non riesce a trovare la verità su un giovane ucciso da ragazzi bulli e l'hanno fatta franca perchè questi bulli hanno avuto l'aiuto dei loro parenti poliziotti per far sparire le prove.

TRA L'ALTRO IL GIUDICE STA PENSANDO IN QUESTI GIORNI DI ARCHIVIARE IL CASO COME SE FOSSE STATO UN SUICIDIO.

NOI DOBBIAMO FAR PARLARE IN QUALUNQUE MODO DI QUESTO OMICIDIO.

Dobbiamo mandare email a chi l'ha visto , a larepubblica.it al tg1 , tg2 , tg3 e a tutte le testate giornalistiche.

Bledar Vukaj: la morte del campione albanese alla Corte di Giustizia di Strasburgo!!!




(per shqiptaret)
Me falni por per gjera te tilla duhet ndihma e shqiptareve dhe jo te komentojem fotot turistike se sa e bukur eshte shqiperia apo sa nacionalist jemi ne shqiptaret.
Ketu po vdesin Shqiptaret e pafajshem dhe nuk gjenden fajtoret.
I shkreti Bledar  i vrare nga disa çuna , por keta çunat kane perfituar nga ndihma e disa policave(kusheriret e tyre) qe kane fshire çdo prove dhe duke arritur te deklarojen qe Bledari eshte vetevrare.
Kan kaluar 8 Vjet nga kjo vrasje barbare  dhe shqiptaret ne Itali jane bere me te forte (keshtu thone neper facebook dhe e deklarojen edhe shoqatat ) .
Shperndajeni kete ne facebook e kudo , te bejem ne menyre qe ky lajm tju shkoj tek veshi edhe gazetave te medha qe nuk flasin fare per kete çeshtje dhe te kapin autoret e vrasjes barbare!!!


La storia sul blog dedicato al CAso Bledar  - casobledar.blogspot.com

Qui invece potete vedere tutti i fatti e di come sono andate concluse le indagini - BledarVukaj.pdf

venerdì 23 dicembre 2011

Quando il governo Prodi aiutò il dittatore Miloseviç, acquistando la Telekom Serbia (storia ,1997)

 

 

 Romano Prodi, Fassino : scandalo Telekom Serbia

Far scoppiare una guerra in Kosovo per delle tangenti


Lo scandalo della Telekom Serbia è uno dei più vergognosi della storia italiana del dopoguerra ad oggi. E' la storia di come squallidi interessi economici (tangenti) di pochi politici senza scrupoli siano finiti per fare scoppiare una sanguinosissima guerra nei Balcani con i miliardi dello Stato italiano.

A dicembre 1996 il Presidente del Consiglio Romano Prodi trasferisce il gruppo telefonico Stet sotto il controllo del Ministero del Tesoro pagando 39.000 miliardi dello Stato.
A giugno 1997 la Stet (controllata dal Governo) valuta di acquistare la Telekom Serbia, la società telefonica statale serba. La Jugoslavia in quel momento è un paese a fortissimo rischio guerra civile per aspri scontri etnici, ha un'economia in caduta libera, l'inflazione alle stelle, un mercato inesistente e nessuna prospettiva di sviluppo. Al governo della Serbia vi è il sanguinoso dittatore comunista Slobodan Milosevic, al quale mancano i fondi economici necessari per comprare mezzi militari per poter poter imporre la propria supremazia dittatoriale in Kosovo e in Bosnia-Erzegovina.

La Telekom Serbia è antiquata, ha una rete tutta da ricostruire, un'assenza assoluta di clienti e, come se non bastasse, con 300 miliardi di debiti e la cassa vuota.

Nonostante tutti gli amministratori Stet e persino l'ambasciatore italiano in Serbia facessero notare come questo acquisto non fosse per niente un affare, ma anzi, com'era ovvio, un grandissimo errore che rischiava di aggravare la crisi Jugoslava per l'uso militare che Milosevic avrebbe fatto di quei miliardi, la Stet (controllata dal Governo Prodi), il 9 giugno 1997 acquistò la Telekom Serbia per 897 miliardi.

Il dittatore Milosevic usò quel denaro per finanziare sanguinose operazioni militari e bombardare il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina, massacrando migliaia di persone. L'Italia ha pagato 897 miliardi per comprare armi che furono usate contro gli stessi soldati italiani ! Massimo d'Alema dovette in seguito far bombardare Belgrado per 75 giorni per fermare Milosevic. Ma non era la Sinistra dei pacifisti?

La Telekom Serbia, un bidone colossale, fu poi rivenduta dallo Stato italiano che, pagati interessi e debiti, ne ebbe una perdita di denaro pubblico complessiva di 887 miliardi. Delle indagini in Serbia hanno poi dimostrato come gran parte di quei miliardi non arrivò mai in Serbia, ma sparì misteriosamente durante il losco affare. Questo dimostra come tutta questa vicenda fu architettata al solo scopo di intascare delle tangenti miliardarie.

Romano Prodi, Piero Fassino e Lamberto Dini hanno sostenuto di non sapere nulla dell'affare, salvo, tradirsi innumerevoli volte, tanto che sia a sinistra sia a destra, tra politici, economisti e giornalisti, la tesi del "non ne sapevamo nulla" non ha convinto mai nessuno. Tutti sapevano benissimo. L'ambasciatore italiano in Serbia, Bascone, ha dimostrato con prove documentali che il Governo Prodi era perfettamente a conoscenza dell'affare da tempo.

Addirittura nello stesso giorno in cui si concludeva l'affare Romano Prodi si trovava proprio a Zagabria! Allo stesso tempo Dini e Fassino, proprio in quella settimana, tenevano un'importante conferenza sugli investimenti dell'Italia in Serbia e su un importante accordo nelle telecomunicazioni dei due paesi. Dini, addirittura, ha detto in Parlamento che si preccupò che nel consiglio di amministrazione di Telekom Serbia non vi fossero uomini di Seselj. Seselj era un ultranazionalista del partito radicale serbo, accusato di genocidio e torture, che nel 1998 voleva bombardare l'Italia! Con questa gaffe del ministro Dini viene confermato che il Governo Prodi sapeva tutto su Telekom Serbia, avendo influito persino sulle nomine degli amministratori della società!

Gli amministratori Stet hanno poi sottolineato come furono fatte pressioni per gonfiare a dismisura il prezzo che l'Italia doveva sborsare (anzichè abbassarlo!). Del resto è logico, più la torta è grossa e più sono succose le tangenti intascate.

In conclusione:
  • L'affare Telekom Serbia fu architettato e gestito da Prodi, Fassino e Dini, sin dall'inizio
  • Lo Stato italiano buttò 897 miliardi in una società senza valore
  • Gran parte (forse 500) di questi miliardi fu divisa in tangenti da chi si occupò dell'affare
  • Il denaro venne poi usato per finanziare operazioni militari sanguinosissime in Kosovo e in Bosnia
  • Vi sono prove documentali che dimostrano che Prodi, Fassino e Dini sapessero tutto
  • Prodi, Fassino e Dini si sono traditi diverse volte confermando la loro mala fede
  • La commissione parlamentare che indagava su questo fu sciolta nel 2006, subito dopo l'elezione di Prodi
Se anche Prodi, Fassino e Dini non fossero poi riusciti a ricevere nessuna tangente, resta scandalosa la gestione del denaro pubblico. Pensate ai miliardi sporchi di sangue usati per bombe usate contro i nostri stessi soldati ! Altro che pacifismo !
E per i pochissimi che credono ancora alla storiella del "non sapevamo nulla, l'abbiamo appreso dai giornali" mi chiedo: ma come? lo Stato italiano sperpera denaro pubblico per finanziare un dittatore sanguinario comunista e il Governo non ne sa nulla? In qualunque paese serio dei ministri così se ne sarebbero andati a casa (se non in galera!) e invece? Eccoli lì, 10 anni dopo, come se nulla fosse.

Fonte articolo http://informatorepolitico.ej.am/romano-prodi-fassino-telekom-serbia.htm

giovedì 22 dicembre 2011

Gabriele Cagliari e l'altra faccia di mani pulite

Gabriele Cagliari fu un manager di Stato, quotato in area socialista. Il 3 novembre 1989 divenne Presidente dell'Eni. Nel 1993 venne arrestato per ordine dei Pubblici Ministeri Fabio de Pasquale ed Antonio Di Pietro della Procura della Repubblica di Milano. Cagliari fu arrestato per la maxi tangente che la stessa Eni versò a quasi tutti i partiti politici per estromettere, anche in virtù di un accordo con la SAI di Ligresti, L'Ina-Assitalia per l'acquisto di Montedison. Reato gravissimo, ma la colpevolezza di Cagliari non fu mai provata perchè il processo che lo riguardava non si potè celebrare a causa della sua morte, avvenuta per quello che fu considerato suicidio il 20 luglio del 1993.
Oggi che Di Pietro manifesta ancora una volta il suo carattere ruspante e la sua scarsa educazione, riuscendo a passare per un uomo rozzo anche quando ha ragione accusando Berlusconi di immoralità, è bene ricordare cosa scriveva del "Pool Mani Pulite" Gabriele Cagliari poche ore prima di morire in una lettera alla sua famiglia. Ricordiamolo perchè i pericoli per la democrazia e la libertà non vengono solo ed esclusivamente da Berlusconi, come dice l'ex PM molisano: vengono anche da una magistratura esagitata, che deborda dal suo ruolo istituzionale, che si accanisce contro uomini che hanno corrotto, concusso ed abusato del proprio ufficio per profitto personale e partitico, ma che sempre uomini restano.

Lettera di Gabriele Cagliari alla sua famiglia del 10 luglio 1993

"Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti: sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna.
La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto.
Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile.
Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto.
Tutto quanto mi viene contestato non corre alcun pericolo di essere rifatto, né le prove relative a questi fatti possono essere inquinate in quanto non ho più alcun potere di fare né di decidere, né ho alcun documento che possa essere alterato. Neppure potrei fuggire senza passaporto, senza carta d’identità e comunque assiduamente controllato come costoro usano fare
Per di più ho sessantasette anni e la legge richiede che sussistano oggettive circostanze di eccezionale gravità e pericolosità per trattenermi in condizioni tanto degradanti.
Ma, come sapete, i motivi di questo infierire sono ben altri e ci vengono anche ripetutamente detti dagli stessi magistrati, se pure con il divieto assoluto di essere messi a verbale, come invece si dovrebbe regolarmente fare.
L’obbiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi della opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un “infame”. Secondo questi magistrati, a ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, anche in quello che loro chiamano il nostro “ambiente”.
La vita, dicevo, perché il suo ambiente, per ognuno, è la vita: la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali, gli interessi sui quali loro e loro complici intendono mettere le mani.
Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’Amministrazione pubblica o parapubblica, ma anche nelle Amministrazioni delle aziende private, come si fa a volte per i falliti.
Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario.
La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente.
Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima.
Qui dentro ciascuno è abbandonato a stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività nell’ignavia; la gente impigrisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita.
Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima.
Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia.
Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere.
Hanno distrutto la dignità dell’intera categoria degli avvocati penalisti ormai incapaci di dibattere o di reagire alle continue violazioni del nostro fondamentale diritto di essere inquisiti, e giudicati poi, in accordo con le leggi della Repubblica.
Non sono soltanto gli avvocati, i sacerdoti laici della società, a perdere la guerra; ma è l’intera nazione che ne soffrirà le conseguenze per molto tempo a venire. Già oggi i processi, e non solo a Milano, sono farse tragiche, allucinanti, con pene smisurate comminate da giudici che a malapena conoscono il caso, sonnecchiano o addirittura dormono durante le udienze per poi decidere in cinque minuti di Camera di consiglio.
Non parliamo poi dei tribunali della libertà, asserviti anche loro ai pubblici ministeri, né dei tribunali di sorveglianza che infieriscono sui detenuti condannati con il cinismo dei peggiori burocrati e ne calpestano continuamente i diritti.
L’accelerazione dei processi, invocata e favorita dal ministro Conso, non è altro che la sostanziale istituzionalizzazione dei tribunali speciali del regime di polizia prossimo venturo. Quei pochi di noi caduti nelle mani di questa “giustizia” rischiano di essere i capri espiatori della tragedia nazionale generata da questa rivoluzione.
Io sono convinto di dover rifiutare questo ruolo. E’ una decisione che prendo in tutta lucidità e coscienza, con la certezza di fare una cosa giusta.
La responsabilità per colpe che posso avere commesso sono esclusivamente mie e mie sono le conseguenze. Esiste certamente il pericolo che altri possano attribuirmi colpe non mie quando non potrò più difendermi. Affidatevi alla mia coscienza di questo momento di verità totale per difendere e conservare al mio nome la dignità che gli spetta.
Sento di essere stato prima di tutto un marito e un padre di famiglia, poi un lavoratore impegnato e onesto che ha cercato di portare un po’ più avanti il nostro nome e che, per la sua piccolissima parte, ha contribuito a portare più in alto questo paese nella considerazione del mondo.
Non lasciamo sporcare questa immagine da nessuna “mano pulita”. Questo vi chiedo, nel chiedere il vostro perdono per questo addio con il quale lascio per sempre.
Non ho molto altro da dirvi poiché questi lunghissimi mesi di lontananza siamo parlati con tante lettere, ci siamo tenuti vicini. Salvo che a Bruna, alla quale devo tutto. Vorrei parlarti Bruna, all’infinito, per tutte le ore e i giorni che ho taciuto, preso da questi problemi inesistenti che alla fine mi hanno fatto arrivare qui.
Ma in questo tragico momento cosa ti posso dire, Bruna, anima dell’anima mia, unico grandissimo amore, che lascio con un impagabile debito di assiduità, di incontri sempre rimandati, fino a questi ultimi giorni che avevamo pattuito essere migliaia da passare sempre insieme, io te, in ogni posto, e che invece qui sto riducendo a un solo sospiro?
Concludo una vita vissuta di corsa, in affanno, rimandando continuamente le cose veramente importanti, la vita vera, per farne altre, lontane come miraggi e, alla fine, inutili. Anche su questo, soprattutto su questo, ho riflettuto a lungo, concludendo che solo così avremo finalmente pace. Ho la certezza che la tua grande forza d’animo, i nostri figli, il nostro nipotino, ti aiuteranno a vivere con serenità e a ricordarmi, perdonato da voi per questo brusco addio.
Non riesco a dirti altro: il pensiero di non vederti più, il rimorso di avere distrutto i nostri anni più sereni, come dovevano essere i nostri futuri, mi chiude la gola.
Penso ai nostri ragazzi, la nostra parte più bella, e penso con serenità al loro futuro.
Mi sembra che abbiano una strada tracciata davanti a sé. Sarà una strada difficile, in salita, come sono tutte le cose di questo mondo: dure e piene di ostacoli. Sono certo che ciascuno l’affronterà con impegno e con grande serenità come ha già fatto Stefano e come sta facendo Silvano.
Si dovranno aiutare l’un l’altro come spero che già stiano facendo, secondo quanto abbiamo discusso più volte in questi ultimi mesi, scrivendoci lettere affettuose.
Stefano resta con un peso più grave sul cuore per essere improvvisamente rimasto privato della nostra carissima Mariarosa.
Al dolcissimo Francesco, piccolino senza mamma, daremo tutto il calore del nostro affetto e voi gli darete anche il mio, quella parte serena che vi lascio per lui.
Le mie sorelle, una più brava dell’altra, in una sequenza senza fine, con le loro bravissime figliole, con Giulio e Claudio, sono le altre persone care che lascio con tanta tristezza. Carissime Giuliana e Lella, a questo punto cruciale della mia vita non ho saputo fare altro, non ho trovato altra soluzione.
Ricordo Sergio e la sua famiglia con tanto affetto, ricordo i miei cugini di Guastalla, i Cavazzani e i loro figli. Da tutti ho avuto qualcosa di valore, qualcosa di importante, come l’affetto, la simpatia, l’amicizia.
A tutti lascio il ricordo di me che vorrei non fosse quello di una scheggia che improvvisamente sparisce senza una ragione, come se fosse impazzita. Non è così, questo è un addio al quale ho pensato e ripensato con lucidità, chiarezza e determinazione.
Non ho alternative. Desidero essere cremato e che Bruna, la mia compagna di ogni momento triste o felice, conservi le ceneri fino alla morte. Dopo di che siano sparse in qualunque mare. Addio mia dolcissima sposa e compagna, Bruna, addio per sempre.
Addio Stefano, Silvano, Francesco; addio Ghiti, Lella, Giuliana, addio.
Addio a tutti. Miei carissimi, vi abbraccio tutti insieme per l’ultima volta.
Il vostro sposo, papà, nonno, fratello"
Gabriele

3 domande all'Ing. Carlo De Benedetti, editore di Repubblica e de l'Espresso.



Visto che i suoi "dipendenti", Marco Travaglio in primis, non si sono mai permessi di farle, vorrei provare a fare 3 domande all'editore di Repubblica e l'Espresso.


1) E' vero che pur avendo confessato al Pool di Mani Pulite (Dr. Di Pietro Antonio) di aver dato tangenti alle Poste per oltre 10 miliardi di lire per far acquistare rottami di PC e telescriventi come nuovi, non ha mai subito nemmeno  un processo?


2) E' vero che è stato arrestato sempre per quel reato ed è stato ascoltato e scarcerato (andando agli arresti domiciliari nella sua sontuosa residenza di Roma)  entro le 24 ore mentre, gente come Gabriele Cagliari, è stata tenuta 4 mesi senza essere ascoltata in carcere per lo stesso Suo reato tanto da arrivare al suicidio? (Per chi volesse leggerla trova qui la lettera che Cagliari scrisse ai suoi parenti prima di suicidarsi, da qui si capisce la vergogna che Antonio Di Pietro dovrebbe provare per aver usato due pesi e due misure).

3) E' vero che fu favorito in maniera a dire poco "vergognosa" dall'allora Presidente dell'Iri, Romano Prodi, nell'acquisto della SME, creando un danno economico a TUTTI i contribuenti italiani, che era il gioiello dell'economia italiana a un prezzo ridicolo pagandolo per di più a rate avendo la stessa SME attivo di cassa e utili già conseguiti per una buona parte del suo investimento con uno scandalo sia dal punto di vista economico che da quello procedurale?

fonte : http://miemezzeverita.splinder.com/

domenica 11 dicembre 2011

Serbët helmuan babain e Nënë Terezës

Serbët e helmuan babain e Nënë Terezës, ... ja një fragment nga biografia e autorizuar…

„ Me 28 nëntor 1912 në shtëpinë Bojaxhiu u festua Deklarata e Pavarësisë me një gosti të pasur dhe kremtim të madh. Nikola nga natyra ishte një mikpritës: Dera e shtëpise së tij ishte e hapur për të gjithë, që nga të varfërit e Shkupit e deri te arkipeshkvi që banonte aty. Në këtë natë të veçantë shtëpia ishte e mbushur me patriot shqiptarë, të cilët deri në të gdhirë diskutonin dhe këndonin të përcjellur me mandolinë . Mikpritësi nuk fshihte qëndrimin e tij për çështjen kombëtare të Shqipërisë. Po ky angazhim e futi atë në një Lëvizje, që, ishte themeluar pas Luftës së Parë Botërore dhe kishte për qëllim ti bashkonte Shipërisë së Madhe provincën e Kosovës, e cila ishte e banuar kryesisht me shqiptarë.
Për këtë arsye Nikollë Bojaxhiu në vitin 1919 shkoi një herë për një takim politik në Beograd. Ai iku nga shtepia me shëndet shumë të mirë dhe i shoqëruar nga kolegu: një këshilltar bashkiak.

Kur u kthye mbrapa, i shoqëruar nga konsulli italian, ishte i sëmurë për vdekje. Ai kishte gjakderdhje të madhe dhe menjëherë u dërgua në spital, ku edhe operacioni i domosdoshëm nuk arriti të përmirësojë gjendjen shendetsore.

Nikollë Bojaxhiu ishte 45 vjeç kur vdiq. Akoma është sekrete prapavija e vdekejes së tij, mirëpo te gjithe anëtarët të familjes si dhe mjektë , ishin të sigurtë. se atë ( Nikollë Bojaxhiun ) e kishin helmuar.“

faqe 23
Kathryn Spink
Mutter Teresa – Ein Leben für die Barmherzigkeit.
Autorisierte Biografie / Biografi e autorizuar
Gustav Lübble Verlag
Titulli i origjinalit: Mother Teresa. A Biography.
London: HarperCollins